La creatività della Fed

 


La Federal Reserve ha tra i suoi obiettivi principali il mantenimento della stabilità dei prezzi (controllo del tasso di inflazione), condizione necessaria per permettere la crescita economica di un Paese. Un secondo obiettivo della Banca centrale USA è la stabilità (ovvero la bassa volatilità) del livello di output, quindi per complementarità, del tasso di disoccupazione (che dovrebbe essere mantenuto attorno al tasso naturale di disoccupazione ovvero il tasso di disoccupazione più basso che è possibile sostenere senza pressioni inflazionistiche).

Tutto ciò viene realizzato attraverso una serie di strumenti operativi, tra i quali il principale è il tasso di interesse di policy. Le regole e i modelli di economia monetaria alla base del meccanismo di trasmissione, che permettono di stabilizzare il tasso di inflazione attraverso la variazione del tasso di policy sono, soprattutto dopo la recente crisi finanziaria, oggetto di discussione tra policymaker e accademici.

Tutte le principali Banche centrali hanno adottato come tasso di inflazione target, ovvero che permetterebbe di realizzare le condizioni migliori per la crescita economica del Paese, un valore attorno al 2%, nello specifico un valore compreso in un range del 2-4%. La BCE nel 1998, attraverso il suo consiglio direttivo, ha fornito la seguente definizione quantitativa di stabilità dei prezzi: “per stabilità dei prezzi si intende un aumento sui dodici mesi dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) per l’area euro inferiore al 2%”.

La decisione di annunciare pubblicamente un obiettivo di tasso di inflazione (target inflazionistico) contribuisce a migliorare la trasparenza dei processi decisionali delle Banche centrali e la comprensione delle strategie, inoltre aiuta anche ad eliminare il fenomeno dell’inconsistenza temporale delle decisioni di politica monetaria, legato alle reazioni, spesso esagerate, degli investitori, che non conoscendo le strategie sui tassi di policy delle Banche centrali, sono indotti a gonfiare le aspettative di inflazione. 

La domanda che ci si può subito fare è: chi pubblica l’interst rate path? 

Un individuo consapevole della potenza e delle ripercussioni globali che la Banca centrale USA ha per i mercati interbancari, e conseguentemente per l’economia reale, è portato a pensare che la Fed adotti una strategia volta alla trasparenza. 

In questo caso: il sillogismo non è rispettato.

Quello che emerge dagli ultimi giorni porta ad un’altra riflessione. Si sente spesso parlare dell’indipendenza delle Banche centrali, necessaria per garantire la libertà sugli strumenti di politica monetaria, e dunque l’efficienza nella stabilità dell’economia. Nel caso della Fed l’indipendenza sembra non essere stata tutelata soprattutto durante la crisi finanziaria. L’Autorità centrale USA ha finanziato lo  Stato per rendere possibili interventi come il TARP o di credit allocation, quindi concessioni creditizie specifiche verso determinati settori o compagnie. I comportamenti discrezionali nella scelta delle imprese da salvare sono frutto di strategie di politica monetaria? oppure riflettono le preferenze dei membri dei consigli decisionali delle principali Banche centrali federali, tra i quali ci sono diversi azionisti di alcuni dei gruppi bancari e assicurativi salvati?

Quali sono oggi le conseguenze delle decisioni intraprese dalla Fed tra il 2008 e il 2009?

Il finanziamento del debito pubblico USA da parte dell’ Autorità centrale  (garante della stabilità macroeconomica), ha introdotto del rischio nelle casse della Fed. Inoltre anche dopo le manovre di quantitative easing (terminate il 27 aprile del 2011 come annunciato dal presidente della Fed Bernanke) la Banca centrale statunitense fa ricorso ad una serie di strumenti alternativi (di qui il titolo dell’articolo) per cercare di mantenere i tassi di interesse bassi. L’ultima trovata consiste  nella vendita di un opzione put sui Treasuries (Titoli di Stato USA con maturity a 30 anni). In cosa consiste l’opzione put? L’opzione è un contratto derivato (il cui valore dipende, quindi deriva, da un’attività sottostante) che conferisce al detentore il diritto, ma non l’obbligo, di comprare o vendere un’attività a una certa scadenza ad un prezzo prefissato. Nel caso dei Treasuries l’investitore acquistando l’opzione put, potrà esercitare il diritto di vendita (put) alla Fed nel caso in cui il valore di mercato (prezzo) del titolo scenda, ovvero, il tasso di interesse (quindi il rischio) si alzi (il prezzo delle obbligazioni è inversamente proporzionale al tasso di interesse). Questa manovra permette ai sottoscrittori dei Treasuries (soprattutto investitori istituzionali) di avere una garanzia a basso costo sul un rialzo improvviso dei rendimenti, quindi di perdite in conto capitale legate alla svalutazione del titolo obbligazionario. In questo modo la Fed riesce a stimolare il mercato dei bond rendendoli più appetibili attraverso la garanzia. 

Perchè la Fed stimola la domanda dei Bond? 

Stimolando la domanda dei bond l’interesse offerto rimane basso, e quindi lo Stato ottiene credito a basso costo.

Perché questa strategia?

Innanzitutto va osservato che l’opzione ha un prezzo che viene pagato dal buyer (in questo caso gli investitori istituzionali) al writer o sottoscrittore del contratto derivato, quindi la Fed. Ne consegue che in caso in cui l’opzione non venga esercitata la Fed incassa il corrispettivo prezzo dell’opzione.Inoltre, la Fed preoccupata per l’entità del debito pubblico finanziato, e quindi del credito concesso, si sta impegnando per individuare strategie alternative (dopo gli acquisti diretti di titoli a lunga durata e la definizione di un tetto di rendimento) per mantenere i tassi di rendimento bassi per un lungo periodo e quindi riuscire a stimolare il mercato dei bond e cercare così di far rientrare liquidità nelle casse dello Stato (indebitato proprio con la Banca centrale).

Quali sono le conseguenze di questi strumenti non convenzionali?

Lo Stato USA, e di conseguenza l’organo di sorveglianza e tutela della stabilità macroeconomica (Fed) sembrano essere ostaggio degli investitori istituzionali (fondi d’investimento, fondi pensioni, grandi istituti di credito) che, nel caso di incremento dei tassi di rendimento, eserciterebbero l’opzione privando lo Stato del credito concesso esponendolo ad una condizione di insolvibilità verso la Banca centrale. Il debito pubblico USA è stato esposto al rischio dei contratti derivati.

Gli strumenti di politica monetaria alternativa, adottati come conseguenza delle decisioni prese dalla Fed durante e dopo la crisi, sembrano distogliere l’attenzione dagli obiettivi principali della Banca centrale: stabilità di prezzi e disoccupazione.

La strategia della Fed non sembra incontrare i favori dei paesi dell’est del mondo, Russia e Cina in primis. Il basso costo del denaro negli USA spinge i prenditori di fondi a indebitarsi e  investire nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Cina. Tutto questo si traduce in spinta inflazionistica. 

La BCE ha adottato una strategia completamente differente, ovvero, a fronte di aspettative del tasso di inflazione in rialzo ha aumentato il tasso di policy (EURIBOR) dello 0,25% lo scorso trimestre. Gli analisti prevedono incrementi dello 0,25% anche nei prossimi trimestri, che si traduce in un punto percentuale all’anno.

Per comprendere le differenti strategia tra l’Autorita centrale Europea e quella Statunitense basta guardare al tasso di inflazione e alle variabili finaziarie:

Tasso di inflazione Area Euro: 2,7                                                      Tasso di inflazione USA:              2,7

Tasso di disoccupazione Area Euro: 9,9                                            Tasso di disoccupazione USA:    8,8

Tasso di interesse a b.t. Area Euro: 1,361                                          Tasso di interesse a b.t. USA:     0,3

Tasso di interesse a L.t. Area Euro: 4,048                                        Tasso di interesse a L.t. USA:     3,321

Fonte: elaborazioni sole-24 Ore. (I dati riportano la variazione percentuale dell’ultimo trimestre disponibile rispetto al trimestre precedente)

 

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